Il bello trovato | 31 luglio 2022, 05:30

Storie di romanità e ponti famosi

Continuando quell’estate del 2002 il giro nella Francia romana, dove i legionari di Cesare ebbero terre in premio, meritò andare a vedere almeno una parte residua dell’imponente acquedotto romano che per oltre 5 secoli portò acqua da Uzes a Nimes, per una cinquantina di chilometri

Storie di romanità e ponti famosi

 

Il Pont du Gard è rimasto testimone di straordinaria opera di ingegneria idraulica e di architettura, con grandi arcate a tre livelli impattanti sul territorio. Portava 20.000 metri cubi di acqua al giorno, sfruttando una pendenza costante di soli 34 cm per km. Costruito con blocchi di roccia calcarea sovrapposti a secco e legati con tiranti di ferro, cementato solo all’interno della conduttura d’acqua di 120cm x 180cm, proprio attraversando il fiume Gard e la sua valle boschiva mostra tutta la sua bellezza. Passeggiando lungo le arcate al primo livello si partecipa della storia, si ricorda Agrippa collaboratore di Augusto che ne avviò la costruzione e una “latinitas” che ha piantato civiltà, anche con un po’ di ‘grandeur’ divenuta poi caratteriale francese. Resta un’opera emblematica anche per l’Europa di oggi, tanto da finire immagine impressa sulle banconote da 5 euro!

Ad una trentina di chilometri di distanza ad est, appena oltre il Rodano si incontra un altro ponte famoso e un altro capitolo di storia. Del ponte Saint Benezet di Avignone rimangono solo le prime quattro arcate in pietra. Costruito su basi romane anch’esso, è stato per secoli unica via di collegamento al mare per la città di Lione e mezza Francia. Forse è diventato famoso anche per la canzonetta ottocentesca per bambini “sur le pont d’Avignon l’on y dance tout en rond”, ma in realtà si danzava sotto il ponte e sulle rive del Rodano. Anche oggi là vicino ci sono balere, mentre sopra il ponte monco, con le due cappelle quasi sovrapposte all’inizio, una per San Nicola e una per San Benedetto, si affollano i turisti. La storia invece è quella assai travagliata e fortemente stigmatizzata da Dante già al suo inizio nei primi anni del ‘300, come “cattività avignonese”, con la Chiesa Cattolica per 70 anni con papi francesi e ostaggio dei re di Francia. Roma era invero contesa tra guelfi e ghibellini, ma come tante volte i problemi erano di potere, di terre e di denari.

In Purgatorio, canto XXXII, v. 129, San Pietro rimprovera la Chiesa: “o navicella mia, com’ mal sei carca!” e questo giusto prima che il drago sbuchi da terra nel paradiso terrestre e distrugga il carro della mistica processione, con ovvio riferimento al re di Francia Filippo il Bello. Anche Giotto, amico di Dante, nel suo grande mosaico per l’antica fabbrica di San Pietro a Roma del 1315, la “Navicella degli apostoli”, sembra fare riferimento speranzoso alla cattività avignonese, mettendo Gesù che salva dalla tempesta ma guarda dritto negli occhi lo spettatore e non gli apostoli. Il Palazzo dei Papi di Avignone, a più riprese corredato di fortificazioni per storia e tema di molti assedi, si erge infine con dodici alte torri e mostra dentro e fuori un gotico ben descritto già da Viollet le Duc. Come sede papale appare oggi assai rustica, ma al tempo era molto ben ornata, magari con opere non sempre utili alla ‘gloria di Dio’ e per l’elevazione spirituale dei fedeli, ma di grande valore. Fu chiamato a dipingere anche il senese Simone Martini ma poco di suo è rimasto. Ci sono però ancora molti affreschi del suo allievo Matteo Giovannetti, pictor pape, che hanno fatto scuola per tutta l’arte gotica europea. Tornando al ponte, esso divideva lo stato pontificio dalla Francia e metà almeno apparteneva al Re, evidentemente il Rodano con le sue piene ha avuto più volte ragione del drago dantesco, inghiottendo la parte realista francese. Forse per questo su quel ponte nell’800 non si poteva fare altro che danzare rigirandosi indietro ed è nata la canzonetta. E come sempre nella storia nonostante brutti tempi passati e tanti drammi, anche ad Avignone grazie ai papi francesi ed agli artisti italiani resta qualcosa di buono, di bello, da guardare e vivere.

 

Alessandro Serena