Il bello trovato | 17 luglio 2022, 05:30

Le cicale, le viole e il latino

Nell’estate assolata del 2002 passai con la famiglia ed amici alcuni giorni nel sud della Francia

Le cicale, le viole e il latino

Attraversare distese di lavanda in fiore è cosa di sicuro incanto, ma ben altro trovammo ad aspettarci. Ad Aix-en-Provence incontrammo tratti importanti di storia dell’arte contemporanea: l’anticipazione del cubismo e quello che forse è il suo ultimo esito, l’arte optical.

Nella città c’è ancora l’Atelier di Cézanne, il suo vecchio studio, e nel breve orizzonte c’è la Montagna Sainte-Victoire che lui dipinse più volte in varie stagioni e con sempre maggiori scomposizioni geometriche dei colori, avviando nuova stagione dell’arte pittorica. C’è anche la Fondation Vasarely dove vedere opere di “op art” assieme a molte significative di Victor Vasarely, magari da guardare con la pressione sanguigna a posto e occhi riposati per evitare giramenti di testa. Di lavanda in lavanda salimmo ad alloggiare nella foresteria dell’abbazia di Saint-Michel de Frigolet, in cima ad un colle coperto di pini e ulivi e non lontano da Tarascona, patria di quel famoso e fiabesco Tartarin di cui scrisse avventure prodigiose Alphons Daudet. Frigolet è una bella costruzione con torri e merlature di neogotico ottocentesco, quello propugnato quale migliore architettura da Viollet-le-Duc nella seconda metà dell’ottocento, contornata da cipressi come tanti pinnacoli verde scuro e con riflessi d’argento.

Tanto era assordante il concerto di cicale giorno e notte, da sembrare fosse di cicale giganti. I monaci premonstratensi oltre alla comune lavanda, coltivavano le viole, le viole mammole, traendone essenza e facendone prodotti vari per cosmesi ed edibili, tra cui le caramelle alla viola. Il profumo negli ambienti e nella chiesa era caratteristico e pacificante. Colazione e cena veniva servita nell’ordinato cortile interno a ridosso del giardino. Capitò che proprio in quei giorni si tenesse là un convegno internazionale di letterati luminari e fu una grande sorpresa sentirli parlare solamente in latino discorrendo del cibo, delle visite, della giornata e di fatti correnti. Erano giapponesi, svedesi, tedeschi, francesi e altri. Inusuale sentir dire frasi come: “bonum vinum et acqua dulcis, petere pro eo, laminam variis frigus secet” (vino buono e acqua dolce, chiedilo, un piatto di vari affettati). Ci disse la cameriera che il tema del simposio era la proposta al mondo di usare il latino come lingua internazionale! Altro che imperialismo inglese.

Nei giorni seguenti visitammo Nimes, non lontano, la cosiddetta Roma francese, dove è ancora integro un anfiteatro romano perfettamente ovale, l’Arena di Nimes, e proprio nella piazza centrale è sopravvissuto intatto il tempio romano augusteo costruito all’inizio del primo secolo d.C., la Maison Carrée, con colonne di pietra e timpano classico a testimoniare un grande impero e una grande storia di civiltà. Nel 1988 l’architetto Norman Foster progettò per il lato opposto di quella piazza un edificio di straordinaria contemporaneità, in acciaio, cemento e vetro, a nove piani. Funziona come biblioteca e spazio d’arte moderna, con una collezione di 480 opere e mostre permanenti a tema annuale, mentre sulla sua grande facciata di vetro si specchia con rispetto la classicità romana del tempio: seppur a distanza di due millenni queste architetture raccontano una storia di civiltà a confronto.

Alessandro Serena